Fardella: le pietre raccontano

di Manuela Coringrato e Antonio Appella

Per il paese, nato alla fine del 1600, è difficile stabilire la certa evoluzione urbanistica data la mancanza di fonti cartografiche. A determinare fin dalle origini il suo assetto fu sicuramente la vocazione agricola della popolazione e l’orografia del luogo.

Le scalinate

La presenza di una collina nella parte sud, di un terreno a “terrazza” seguito da un’area con un forte dislivello, che avrebbe reso difficile costruirvi, ha portato ad uno sviluppo del primo villaggio a partire dalla zona delle “Stalle” che affaccia direttamente sulle così dette “Chiane“, con un ampio sguardo sulla valle del Serrapotamo, per arrivare alla zona della Chiesa Madre, punto di riferimento del nuovo polo abitativo.

L’edificio sacro fu fatto sorgere, all’interno del pianoro, nel suo punto più alto influenzando, in tal modo, lo sviluppo dell’intero complesso con la piazza Municipio, divenuta ben presto il centro politico e religioso, con i palazzi dei Guerriero, (dove nel dopoguerra fu impiantata la casa comunale), dei De Salvo e De Donato, famiglie tutte chiamate a dirigere la vita amministrativa. Proprio qui nel 1893 fu costruita la farmacia ricordata come:” Una delle più eleganti della provincia ” e di proprietà del chimico-farmacista Domenico De Salvo con laboratorio e tutto ciò che occorreva alle analisi, compreso il microscopio. Solamente negli anni cinquanta la piazza ha assunto l’attuale forma con la costruzione dell’Asilo Parrocchiale, poi anche orfanotrofio, ad opera dei coniugi Ramaglia, emigrati in America. Collegata alla vita religiosa è anche la vera Casa Canonica, in via Umberto I, oggi chiamata per distinguerla dalla precedente struttura, come “Casa dei preti” e costruita nel dopoguerra per dare un degno alloggio ai sacerdoti chiamati a lavorare in questa parrocchia.

Dalla chiesa si diramavano una serie di viuzze e scalinate, arterie del primo nucleo di nord-est, contemporaneamente lo sviluppo avveniva nella zona nord-ovest con i palazzi Mazziotta e Costanza, insieme ad altre abitazioni popolari a due piani con scala a profferlo, secondo l’esigenza della vita contadina.

Il terreno, acquitrinoso ed umido, permetteva un approvvigionamento di acqua grazie alla presenza di cisterne nei giardini o nelle stesse case, infatti come si ricorda: ”Ovunque si scava a Fardella si ottiene acqua”; secondo la tradizione in una di queste cisterne cadde, miracolosamente illeso, il patriota Francesco Leo di Chiaromonte mentre, latitante, fuggiva di notte con il cognato Giovanni Costanza.

Solo agli inizi dell’ottocento è possibile avere un assetto urbanistico più definito caratterizzato dalla divisione del tessuto urbano in contrade o strade, come si evince da atti ufficiali, denominate: Sotto La Chiesa, Piazza, Fontana, Mesole, Stalle, Piano, Calvario; tutta l’area a sud-ovest e sud-est della Chiesa, mantenne il suo aspetto agricolo e silvo-pastorale fino al 1857 quando fu realizzata la strada statale 104 Sapri-Ionio, arteria fondamentale per lo sviluppo successivo del paese e, alla fine dell’ottocento, il Corso Vittorio Emanuele, ancora oggi principale strada di sviluppo (in particolare nell’attuale zona Serretta e oltre). Le strade all’inizio del XX sec. risultavano larghe ma ancora senza acciottolato, caratterizzate, come le costruzioni, dalla pietra locale calcarea detta “murgigna” le cui cave si trovavano nel territorio. Nella seconda metà del novecento, ed in particolare negli anni settanta, lo sviluppo dell’abitato avvenne lungo l’attuale via Domenico De Salvo, nel quartiere oggi denominato “Pita” (cima) che in passato apparteneva alla stessa famiglia e dove, fino a tempi non remoti, si svolgeva la fiera della Madonna dell’Assunta.

La centralità acquisita, grazie alla realizzazione della strada provinciale Sapri-Ionio, venne meno in seguito ai mutamenti socio-economici e alla realizzazione della statale Sinnica che portò allo sviluppo dei centri della vallata del Sinni a discapito di quelli collinari.

Fardella mappa monumenti

Chiesa Madre

Le prime testimonianze riguardanti la Chiesa Madre sono relative agli inizi del XVIII sec.; inizialmente, forse, fu costruita una cappella dedicata al Santo protettore, Sant’ Antonio, per poi costruire il complesso attuale che ancora nel 1912 difettava dell’organo, realizzato all’ingresso principale dietro la facciata. Oggi non resta molto del suo stato originario, essa fu ricostruita per ben due volte poiché, per cedimenti del terreno dovuti a falde acquifere, crollò; tra le varie ricostruzioni va ricordata quella all’inizio del secolo quando fu riedificata per devozione dei fedeli spinti dall’arciprete Francesco Rossi.

Fino agli inizi del secolo il complesso era a due navate: furono costruite prima la navata centrale e di destra; il prospetto principale era molto diverso dall’attuale, infatti, la navata di destra non essendo arretrata rispetto alla centrale, costituiva con essa un unico sistema di facciata che presentava nel prospetto principale sei lesene con al centro un richiamo floreale e una quadratura; la parte della navata laterale proseguiva con la trabeazione e le sue metope e triglifi, che oggi non sono più presenti, inoltre sopra il portale secondario vi era una grande finestra ad oculo.

Come era d’uso, anche in questa chiesa venivano tumulati i defunti: nelle navate laterali vi erano le tombe private delle famiglie agiate, nella navata centrale la “fossa comune”, sotto il presbiterio quelle dei consacrati; questo fino al 1884 quando fu realizzato il cimitero dietro il progetto dell’ingegner Pisani di Lauria.

L’edificio presenta un presbiterio, privo di abside, esposto a nord-ovest e l’ingresso a sud-est, che non affaccia sull’attuale piazza principale, piazza Emanuele Gianturco, ma su piazza Municipio che negli anni passati era il centro della vita religiosa, politica e commerciale del paese.

La facciata in stile neoclassico è costituita da due ordini sovrapposti conclusi da un timpano triangolare; l’ordine inferiore presenta sei lesene con base e capitello poggianti su uno zoccolo; i capitelli dorici sono, a loro volta, sormontati da una trabeazione costituita da architrave, fregio e cornice, che richiama fortemente l’architettura dei templi greci grazie al motivo delle metope e dei triglifi che corrono lungo il fregio. All’interno delle metope sono rappresentati margherite e gigli che si alternano, è forte il richiamo al santo protettore che viene da sempre rappresentato, nell’iconografia sacra, con i fiori di giglio. L’ordine superiore è costituito da quattro lesene con capitelli ionici, sormontati da una trabeazione completa con al centro del fregio un angelo, segue una finestra centrale.

Un occhio di riguardo merita il portale d’ingresso, realizzato in pietra locale e con motivi a spirale nella parte bassa, dei gigli in alto e il concio di chiave leggermente aggettante; su questo si legge una iscrizione incisa:”1823 Nel Sindacato de S.r Pietro Donato”, molto probabilmente l’anno in cui fu messo in opera.

Le facciate laterali della chiesa ripetono il motivo delle lesene poggianti su zoccolo e della trabeazione, presenti sulla facciata principale; il fregio si presenta però più sobrio, infatti, è liscio.

Nel corso degli anni, e in seguito alle diverse ricostruzioni, l’interno della chiesa è stato profondamente modificato e oggi, nonostante gli ultimi lavori di restauro, non si presenta completo: non sono stati, infatti, mai montati gli altarini nelle navate laterali e la balaustra che divideva il presbiterio dalle navate, come era d’uso nelle chiese cristiane per separare il luogo in cui si svolgevano le funzioni sacre dal resto della chiesa.

La pianta, a croce latina, ha tre navate, queste sono separate da grossi pilastri sopra i quali si trovano lesene che non hanno l’ordine completo, la trabeazione fa da capitello e la cornice corre lungo tutta la navata centrale per poi girare lungo il transetto, dove si incurva nei bracci corti, fino ad arrivare al presbiterio. La trabeazione, in corrispondenza dei bracci corti del transetto e del fondo del presbiterio, subisce una strana interruzione che poco ha di neoclassico e rende i raccordi alquanto maldestri.

Il presbiterio, a pianta rettangolare, è privo di abside e presenta due lesene sulla parete di fondo, poggianti su un alto zoccolo e con capitelli dorici sopra i quali, stranamente, non si trova una trabeazione.

La navata centrale e il presbiterio, raccordati da un grande arco a tutto sesto , hanno copertura piana; secondo i ricordi popolari, qui, vi era una volte a botte sostituita forse negli ultimi rifacimenti. I lati brevi del transetto sono coperti con volte a botte; le navate laterali hanno volte a crociera diverse tra loro, infatti, quelle di destra hanno delle quadrature, i costoloni evidenziati, un fiore nel punto di raccordo; le volte della navata di sinistra sono, invece, semplici.

All’ingresso, incassato sulla parete destra, si trova un’acquasantiera datata al XVIII sec., con decorazioni ad ovoli e un putto nella parte centrale che, insieme a due elementi a spirale, sembra sorreggere il peso del manufatto. Relativi ad un’acquasantiera, o fonte battesimale, devono essere riferiti due grossi frammenti, ora collocati nei magazzini dell’asilo parrocchiale, datati dal Sebaste all’età longobarda,ma non si esclude che si riferiscano alla chiesa settecentesca.

È probabile che, anticamente, le pareti fossero affrescate, ad oggi però risulta affrescata solamente la parte del transetto a destra, dedicata a Sant’Antonio: la nicchia che ospitava la statua, è incorniciata da tendaggi in stucco mentre la volta presenta un affresco, l’Apparizione del Bambino Gesù a sant’Antonio, circondato da putti clipeati, decorazioni floreali, finte finestre.

L’altare, realizzato negli anni sessanta, presenta marmi policromi e un baldacchino sorretto da quattro colonne marmoree terminante con una cupola a tessere musive color oro.

Dal presbiterio, sulla destra ,è possibile accedere al campanile eretto prima del 1925, come ricorda l’iscrizione posta sotto l’immagine del santo patrono (“Anno Santo 1925”), grazie alle donazioni degli emigrati in America. Questo, partendo da una pianta quadrata priva di ordine, con , sulla facciata principale, il monumento ai Caduti, si sviluppa su un secondo piano, sempre a pianta quadrata, con angoli smussati, lesene con capitelli dorici sopra i quali si trova un anomalo prolungamento delle stesse lesene dovuto, probabilmente, all’assenza dell’architrave nella trabeazione. Sulla facciata rivolta verso la piazza principale è collocata l’immagine in ceramica, risalente al 1925, del santo protettore, sulla facciata, a destra e sinistra, si trova un’apertura arcuata che permette di illuminare le scale. Il terzo piano, su pianta esagonale, ha le facciate incorniciate da quadrature concluse da una trabeazione; qui predomina il gioco del pieno e del vuoto: vi è un’alternanza tra una facciata piena, in cui trova posto l’orologio, e una facciata vuota, dove all’interno di un arco è collocata la campana o le campanelle. Infine, sopra, una sorta di tamburo, su pianta esagonale, si colloca la copertura a falde

Palazzo De Salvo

Il palazzo settecentesco sorge ai piedi dell’antica piazza Municipio e si estende per l’intero isolato, tra via Macchiavelli e Via Pellegrino.

La tradizione popolare narra di un palazzo ancora più grande di quello attuale divenuto simbolo di ricchezza tanto che, è ancora forte la leggenda secondo la quale “oro e argento colavano dall’edificio”, durante l’incendio scoppiato nel 1868, dovuto “alla distrazione di un appartenente alla famiglia che lasciò una pipa accesa nelle stalle” e “le fiamme si fermarono solo davanti all’immagine dell’Assunta”, nella piccola Cappella; avvenimento, questo, ricordato in un Registro Parrocchiale: ” Si avverte per futura memoria che tanto i congiunti antecedenti a quest’epoca quanto gli altri registri parrocchiali restarono inceneriti tutti nell’accidentale incendio avvenuto in novembre ultimo 1868 nelle case del signor Economo dott. Carmine De Salvo”.

Il palazzo, privo di corte, è costituito da: un piano terra; il piano nobile; il piano interrato, che affaccia su via Pellegrino, dove si trovavano cantine e stalle. La tradizione orale vuole che, questo, si estendesse fino alle logge tanto da includerle.

Si accede al complesso da un portale in pietra centinato, posto all’interno di una quadratura conclusa da una cornice; il concio di chiave dell’arco presenta elementi vegetali terminanti con una pigna, sulla quadratura si trovano: agli angoli due cornucopie, simbolo propiziatorio di abbondanza, una decorazione con richiami vegetali all’interno del fregio; in alto, sopra la cornice, esterno all’intera quadratura, svetta lo stemma di famiglia con due àncore incrociate, la stella a nove punte e il motto “His suffulta” .

A destra del portale principale si trova un secondo ingresso, anch’esso molto curato nei particolari, evidenziato da una cornice centinata poggiante su due mensole, che permette l’accesso alla piccola cappella gentilizia dedicata alla Vergine Assunta con, all’interno, un’ acquasantiera a parete del XVIII sec. e la statua lignea, molto antica, raffigurante la Vergine, che fino a qualche anno fa era ancora custodita, insieme ai suoi ori, all’interno della cappella e oggi, portata in processione per le vie del paese ogni quindici di agosto. L’elemento religioso sembra dominare in questo palazzo, e non ce ne meraviglia dato che alla famiglia appartenevano numerosi sacerdoti, alcuni dei quali ebbero ruoli molto importanti, come Mons. Francesco Paolo, nominato vescovo di Nusco (AV) e con titolo onorifico di Prelato domestico di Sua Santità (Pio IX), e don Nicola, Arcidiacono di Tursi e rettore del seminario di chiaromonte.

Sul lato sinistro si trova un ingresso secondario che permette l’accesso ad ambienti di servizio.

Scendendo una via scalinata si arriva sullo slargo di via Fratelli Bandiera, dove l’edificio presenta un vano con un arco centrale d’ingresso sormontato da una terrazza, da qui iniziano le stalle.

Le uniche decorazioni visibili, oltre a quelle presenti sulla facciata principale, sono le cornici dei balconi del piano nobile che affacciano su via Pellegrino e dai quali si domina il panorama fino a Chiaromonte; questi presentano una leggera curvatura sulla cornice e dei risalti nella parte centrale, i balconi sottostanti sono, invece, semplici.

Gli interni sono caratterizzati da stanze attraversate da altre, senza corridoi di collegamento tra di esse, dove fino a qualche tempo fa si conservavano tele ad argomento religioso, rappresentanti san Gennaro e la Madonna, e ritratti familiari. Al piano superiore si trovava, in corrispondenza del portale d’ingresso e raggiungibile da una scala con balaustra in ferro battuto, la famosa stanza “rossa” detta anche “galleria”, dove la famiglia accoglieva ospiti e faceva una grande festa in occasione della Madonna dell’Assunta.

Nel corso degli anni, probabilmente, il palazzo ha subito diversi rifacimenti che hanno portato ad una trasformazione esterna che non permette di dare una lettura dettagliata e puntuale; nei primi anni novanta l’edificio è stato vincolato, divenendo bene monumentale, dalla legge 1089 del 1939; oggi, in seguito agli ultimi fenomeni sismici che hanno causato innumerevoli danni, è inagibile.

Palazzo Donato

Il palazzo Donato fu costruito, o ricostruito, probabilmente nel 1849, come testimonia la data sulla scala d’ingresso al piano nobile, da una delle famiglie benestanti del piccolo centro.

Palazzo De Donato

Il complesso presenta una tipologia a corte con un piano interrato e due piani fuori terra; come in tutti i palazzi signorili nei piani bassi si trovavano i magazzini, utilizzati come deposito per grano e altre derrate agricole mentre al primo piano si trovava la residenza vera e propria; interessante è il piano interrato, dove si trova ancora oggi un frantoio che conserva, in ogni sua parte, pezzi originali mai spostati altrove, e i magazzini del piano terra, illuminati da particolari finestre circolari e con le loro strutture originarie costituite da arcate necessarie a rendere più solida la struttura facendo scaricare meglio il peso a terra.

Alla corte si accede attraverso un portale monumentale, in pietra di Valsinni, con lo stemma della famiglia posto nel concio di chiave e sormontato da una decorazione vegetale. Nella parte bassa, invece, sono evidenti richiami floreali che, però, per via delle condizioni climatiche si stanno ormai deteriorando. È possibile ammirare sulla parte lignea dei mascheroni rappresentanti animali fantastici dal forte valore apotropaico.

La corte, di dimensioni modeste ma comunque molto suggestiva, presenta il prospetto principale costituito al primo piano da arcate a tutto sesto, poggianti su pilastri modanati con lesene che sorreggono la cornice oltre la quale si trova un terrazzo. L’ordine non è eseguito secondo uno stile neoclassico perfetto, mostra, comunque, l’interesse per elaborazioni architettoniche particolari capaci, queste, di evidenziare la ricchezza della famiglia.

Le finestre che affacciano verso la corte presentano una leggera curvatura nella parte superiore e davanzali con modanature: si susseguono listello, gola diritta, listello e gola diritta.

Gli edifici, posti a destra e a sinistra delle arcate, sono costituiti da due piani; in corrispondenza del secondo piano si nota una cornice che corre lungo le tre pareti perimetrali, una fascia, infine, collega i davanzali evidenziando i due piani. Da una scala esterna è possibile arrivare sotto le arcate e all’ingresso principale del palazzo.

L’interno presenta la tipica sequenza dei palazzi ottocenteschi: stanze alle quali si accede attraversandone altre, anche se nel corso degli anni vi sono state delle modifiche che hanno portato alla realizzazione, nell’ala nord-ovest, di un corridoio che ha reso lo spazio più funzionale e rispondente alle esigenze di una società con modi e costumi diversi da quelli passati. Nella parte terminale del corridoio si trova una piccola nicchia arcata nella quale, probabilmente, si teneva la statua di un santo venerato dalla famiglia che contava membri del clero ad uno dei quali apparteneva anche una reliquia inviata da Roma il 5 maggio 1791.

Superato il corridoio si accede ad uno studiolo con librerie a muro ottocentesche, e da questo si arriva alla “Sala Grande”, così chiamata perché di dimensioni maggiori rispetto alle altre sia in pianta che in alzato e dove si svolgevano feste e cerimonie importanti. Sul lato sinistro dell’ingresso si trova il soggiorno e da questo si passa a una stanza da letto. Interessanti sono le balaustre in ferro, molto articolate, che evidenziano le alte capacità dei fabbri di Fardella, conosciuti e stimati in tutto il territorio.

Attualmente il palazzo è tutelato dalla legge 1089 del 1939 che lo ha reso bene monumentale ed è in attesa di un restauro.

Le Logge

Chiamato comunemente “Craparizzo”, l’edificio con la sua facciata caratteristica, unica su tutto il territorio comunale, fa da bandiera all’architettura di questo centro; in origine, probabilmente era un palazzo signorile ma fu trasformato in un edificio funzionale, per custodire animali, appartenente alla famiglia De Donato. A tradire l’origine signorile è la facciata principale, particolarmente articolata e sicuramente tra le più interessanti.

Si sviluppa tra Via Pellegrino e Via Cavour su cui si affaccia il prospetto principale; questo, realizzato in pietra locale, vede al piano terra due porte arcate attraverso le quali si accedeva ad ambienti riservati agli animali, al primo piano, invece, quattro arcate poggianti su pilastri ottagonali che, forse inizialmente dipinte, non si sviluppano per tutta la facciata. Non si esclude allo stesso modo che, vista la “decentralità” delle arcate, sul lato sinistro vi fosse una continuazione dello stesso. Fonti orali, poi, si riferiscono all’esistenza di un unico edificio esteso fino all’attuale via Coriolano mentre da resti di murature, presenti sulla parete destra, è possibile ipotizzare che vi fosse affianco un edificio più alto di quello oggi visibile.

Immediatamente sotto le arcate, si trovano dei mensoloni caratteristici; la cornice è quella tipica del posto comunemente chiamata “romanella”. La mancanza di una documentazione fotografica o cartacea rende difficile una ricostruzione filologica puntuale dell’edificio.

Palazzo Costanza

Costruito nella prima metà del XVIII sec., il Palazzo Costanza, insieme a quello De Salvo e De Donato costituisce, uno dei palazzi più antichi di Fardella, appartenenti a quelle famiglie che per la loro influenza, ricchezza e cultura, hanno segnato la storia di questo piccolo centro.

Attualmente abitato e modificato nei suoi interni, è possibile ammirare dell’edificio solamente la corte interna, il portale monumentale d’ingresso e la piccola cappella dedicata inizialmente alla Madonna e poi forse, in seguito ai lavori di riedificazione del 1937 e per un culto popolare, al Beato Domenico Lentini la cui santità si stava diffondendo da Lauria in tutto il territorio, cosa questa, evidenziata anche dalla presenza, a Fardella, del fratello Nicola detto Sansone. La cappella, con due ingressi distinti, uno sulla corte e uno sulla strada principale, è posta sulla destra della corte e presenta una finestra trilobata. In asse con la finestra, internamente, è posto un altare in pietra locale grezza e colorata, sul quale si trova una nicchia.

Il palazzo, che si sviluppa intorno ai tre lati di una corte, è costituito da un piano terra che veniva utilizzato come deposito o per il ricovero degli animali e da un primo piano all’interno del quale si svolgeva la vita quotidiana e nel quale era inserita, come era di uso negli altri palazzi, una grande sala ufficiale detta la “galleria”.

La facciata, molto modesta, presenta come elemento architettonico rilevante, un portale d’ingresso realizzato in pietra locale del XVIII sec. , costituito da un pilastro con capitello sopra il quale poggia l’arco e sulla cui chiave si trova lo stemma di famiglia. Sono presenti nella parte bassa del portale dei motivi a spirale; sulla facciata in alto una piccola campanella che, ancora oggi, viene suonata ogni qualvolta passa la processione, evidenzia la presenza della piccola cappella posta proprio alla sua destra.

Dal portale si accede alla corte centrale caratterizzata da un grande scalone che, partendo da un’unica rampa, si dirama a destra e a sinistra; sono presenti nel cortile due pilastri, forse da sostegno ad una copertura (mobile o fissa) che, partendo dalla facciata principale, proseguiva verso l’interno del cortile.

Gli interni oggi sono stati modificati ed adeguati alle esigenze della società attuale e non presentano elementi di particolare riguardo.

Casa Donato

Uno scorcio suggestivo, piccolo angolo che ancora oggi ci fa rivivere le emozioni del passato, è quello che si intravede percorrendo da Piazza E. Gianturco, via Mario Pagano e nel primo slargo guardando sulla sinistra; è subito possibile ammirare l’arcata che permette di accedere, superando un vano con volta ribassata, in un piccolo cortile ancora nel suo stato originale.

Casa Donato interno

L’abitazione dei Donato, mostra, grazie al suo stato di conservazione, la tecnica costruttiva, l’abilità nella messa in opera del laterizio e l’attenzione nella rifinitura dei particolari di un tempo. Non è possibile stabile con certezza l’anno della sua costruzione ma sicuramente fu realizzata nella prima metà del XIX sec.

L’arcata d’ingresso a tutto sesto e realizzata in laterizi, poggia su un pilastro con capitello, da questa, grazie ad un vano coperto con una volta ribassata di forma irregolare, sempre in laterizi, si accede al cortile dove è possibile ammirare la facciata dell’abitazione.

L’edificio si sviluppa su due livellii: l’ingresso è posto al primo piano e ad esso si accede grazie ad una scala a profferlo, che poggia su un’arcata sotto la quale si trova un magazzino; interessanti sono il balcone e la porta d’ingresso inseriti in un riquadro di mattoni a faccia vista concluso da una piccola, ma molto raffinata, cornice, anch’essa in laterizio.

L’edificio, molto esteso, presenta affacci su Via Manin, dove la facciata intonacata è caratterizzata da un balcone con cornice leggermente arcuata; su Via Crispi dove è possibile ammirare la tecnica costruttiva di una finestra e della cornice, che purtroppo non si presentano in ottime condizioni.

Gli interni, che non possono essere visitati, hanno subito solo piccole manutenzioni ed ancora oggi presentano solai in legno.

Bottega Borea

La bottega Borea, nota come “il negozio di Vitino”, è un piccolo edificio dell’attuale piazza centrale di Fardella, costruito nei primi anni del 1900 da Giovanni Borea, solo nel 1930 il piano terra fu adibito a negozio dal figlio Vito; in esso si vendevano alimentari, detersivi, diversi e persino Marsala e Vermut a bicchiere, come in un attuale bar.

Bottega Borea

Al piano superiore si trovava una piccola stanza con due letti e un lavandino, utilizzata come pensione; i proprietari avevano, infatti, altri due edifici limitrofi dove vi erano altre due stanze da letto, due bagni e una sorta di ristorante di servizio alla pensione.

La bottega è costituita da un’unica stanza a entrambi i livelli: al piano terra, al lato della porta d’ingresso, vi ’è un’altra piccola porta dietro la quale si trovavano delle vasche scavate nella pietra e dove era tenuto a bagno il baccalà, per evitare che provocasse cattivo odore all’interno del negozio; la parete esterna ha una piccola apertura con lo scopo di areare il piccolo sottoscala.

Il pianerottolo presenta una cornice modanata costituita da un guscio, un listello, un ovolo e un altro listello; alla stessa maniera, ma con proporzioni differenti, è realizzata la cornice delle finestre del primo piano e del tetto, a doppia falda, coperto con coppi.

La facciata principale fu dipinta intorno al 1935-40, da un certo Dionigi Luigi di Chiaromonte, con motivi che ancora oggi è possibile ammirare e che meritano particolare riguardo. Questa è infatti l’unica facciata dipinta presente nel centro abitato: sono rappresentati su essa delle bugne che si differenziano tra piano terra e primo piano. Sembra che l’autore tenesse a mente il bugnato fiorentino quattrocentesco, caratterizzato dalla presenza di bugne che diventano più piccole e rifinite passando dai piani bassi, utilizzati per magazzini e servizi, a quelli alti. La bottega presenta un bugnato, dipinto, al piano terra molto grande e tozzo che diventa al primo piano più piccolo e con bugne angolari. L’assenza di vere bugne ha portato l’artista a disegnare anche le ombre cercando di rendere più verisimile la sua rappresentazione. La terminazione, infine, vede una cornice floreale, sempre dipinta a mano.

Villa Costanza

Costruita nel 1914, come testimonia una scritta posta sul portale d’ingresso, la Villa Costanza è uno dei pochi esempi dove la correlazione tra l’elemento architettonico ed il contesto naturale è molto forte: è l’esigenza di spazi verdi estesi a determinare l’ubicazione nella parte più periferica del centro abitato come anche per la villa Guarino, caratterizzata dalla presenza di piante originali e non proprie del luogo, conforme al gusto tipico del novecento per il mondo esotico. Sono questi gli elementi che rendono necessaria la visita all’interno di un complesso apparentemente molto modesto, ubicato in un parco naturale di circa 12000 mq.

Il complesso fu costruito per volere del sacerdote don Carmelo Costanza che, tornato dall’America, aveva portato con sé un’ enorme fortuna ereditata. Tramandata da generazioni, la villa è ubicata nei pressi dell’ingresso est del centro abitato, nascosta da una folta vegetazione che garantiva e garantisce una tranquillità e riservatezza assoluta. L’edificio nel corso degli anni non ha subito modifiche sostanziali mantenendo, quindi, il suo aspetto e la sua bellezza originale.

Utilizzata esclusivamente come residenza, è costituita da un corpo centrale con ali sporgenti laterali collegato, grazie ad un corridoio poggiante su un piccolo arco, ad una cucina costruita successivamente, questi ambienti conservano ancora i loro pavimenti in cotto e il camino. In asse con il portone d’ingresso, in marmo, si trova una bellissima veranda su pianta esagonale con vetri colorati, pareti azzurre terminate da una cornice in rosa finemente decorata. Dall’ingresso principale si diramano un corridoio a destra e uno a sinistra che distribuiscono gli ambienti.

In una piccola stanza si trova la cappella di famiglia con un altare marmoreo con al centro l’agnello crucifero.

Fanno parte del complesso: la casa del custode con le stalle, posta nell’ingresso secondario a est, e la piccionaia ad ovest, immersa tra la vegetazione ed una grotta. Le facciate esterne sono intonacate e prive di elementi architettonici rilevanti.

Legata alla famiglia Costanza è anche la piccola cappella all’interno del cimitero comunale, costruita nel 1925 e ormai pericolante. In essa è evidente una cura per gli elementi architettonici: il prospetto principale è costituito da due colonne stilizzate a pianta esagonale in antis che sorreggono trabeazione e timpano, le facciate laterali presentano delle quadrature; da una porta in ferro si accede ad un ambiente rettangolare all’interno del quale è garantito un gioco di luci grazie alla presenza di un’apertura arcata chiusa da vetri colorati.

Sant’Onofrio

Le attività agricole della famiglia erano svolte, invece, nella casa Colonica di sant’ Onofrio acquistata dai nobili Giura di Chiaromonte.

Nascosta ancora oggi dai monumentali cipressi che la circondano e che si distinguono immediatamente percorrendo la strada comunale che collega Francavilla sul Sinni con Fardella, il complesso è costituito da una piccola cappella, ormai pericolante e non accessibile, posta in una posizione più alta e quattro edifici: la “casina rossa”, nella quale dimoravano i proprietari e sul cui portone d’ingresso si trova una lastra marmorea con la data incisa della ricostruzione nel 1923 (“Quinquaginta post annos hoc praedium recuperavit ac refecit Carmelus Costanza sacerdos A.D. MCMXXIII”) , la casa dove venivano custodite le derrate agricole prodotte, quella dove vivevano i contadini e la stalla.

Particolarmente interessante è la locazione di questi piccoli edifici posti intorno al vasto appezzamento terriero e chiusi dai cipressi monumentali, in passato erano più numerosi.

L’elemento rilevante di tutta la colonia è la cappella di Sant’Onofrio ormai nascosta dalla vegetazione, la cui statua, secondo la leggenda popolare, fu ritrovata all’interno di una quercia ancora esistente; cappella aperta al culto e frequentata dai coloni di tutti i terreni limitrofi. Di dimensioni modeste, nonostante il grado di abbandono, oggi è ancora possibile ammirare la delicatezza delle sue forme, le tonalità vivaci delle pareti esterne ed interne dove il colore giallo, azzurro e rosso si alternano. La facciata gialla ha gli angoli evidenziati da paraste sormontate dalla trabeazione, presente solo sulla facciata principale, con un leggero aggetto. Il timpano è centinato e al suo interno vi è un elemento circolare, forse un tempo finestra, decorato con molta attenzione; sopra la cornice del portale si trova un’ iscrizione che ricorda la fondazione della chiesa dedicata al santo fatta da Giovanni Di Giura nel 1900 (“Sacellum hoc deo Onophrio dicatum aedificare curavit Joannes de Jura A.D. MCM”), immediatamente sopra vi è una finestra incorniciata. Le facciate laterali non presentano elementi architettonici ma solo una struttura in pietra locale che ben si addice all’ambiente naturale nel quale è collocata.

Cappella Sant-Onofrio

L’interno, costituito da un’ unica navata, presenta un altare con un grande rilievo floreale al centro, sormontato da una nicchia, evidenziata all’esterno da una sorta di abside rettangolare, con sopra tre angeli; una trabeazione completa azzurra corre lungo tutto il perimetro concludendosi sulle lesene poste sopra l’altare.

Particolare attenzione merita anche il piccolo campanile su due livelli di dimensioni con aperture arcuate.