Fardella: una storia taciuta

di Antonio Appella

Il paese di Fardella si sviluppò alla fine del XVII secolo come sembra accertato da una notizia ex – silentio, ossia non è nominato nell’apprezzamento fatto, nel 1683, sul castello dei Missanello a Teana dal perito Urso. Costui, indicando i confini del territorio di Teana, ricorda “…confina Teana con i territori delle terre di Carbone, Chiaromonte, da cui è diviso dal vallone Cannalia …”, quest’ultimo, che oggi appartiene al Comune di Fardella, era all’epoca, pieno possesso del Conte di Chiaromonte. Situazione accertata anche per altri territori, come confermato già nel 1406 a proposito della contrada Carrosa, oggi appartenente a Fardella, e in quell’epoca “Defensam unam, sitam in dicto territorio Clarimontis quae dicitur Carrosa confinatam cum territoriis Episcopiae, Tiganae, Carboni, Clarimontis”. Infine, si deve ricordare che nello stesso stemma di Chiaromonte sono rappresentate cinque cime tra cui la Carrosa. Il perito, Urso, come visto, non accenna minimamente all’esistenza di un nucleo abitativo che avrebbe certamente riferito, nel suo scritto, visto che lo fa per terre ed edifici sacri disseminati intorno a Teana. Anche le carte geografiche ufficiali dell’epoca non mensionano un centro chiamato Fardella.

Fardella mappa 1683Il paese di Fardella si sviluppò alla fine del XVII secolo come sembra accertato da una notizia ex – silentio, ossia non è nominato nell’apprezzamento fatto, nel 1683, sul castello dei Missanello a Teana dal perito Urso. Costui, indicando i confini del territorio di Teana, ricorda “…confina Teana con i territori delle terre di Carbone, Chiaromonte, da cui è diviso dal vallone Cannalia …”, quest’ultimo, che oggi appartiene al Comune di Fardella, era all’epoca, pieno possesso del Conte di Chiaromonte. Situazione accertata anche per altri territori, come confermato già nel 1406 a proposito della contrada Carrosa, oggi appartenente a Fardella, e in quell’epoca “Defensam unam, sitam in dicto territorio Clarimontis quae dicitur Carrosa confinatam cum territoriis Episcopiae, Tiganae, Carboni, Clarimontis”. Infine, si deve ricordare che nello stesso stemma di Chiaromonte sono rappresentate cinque cime tra cui la Carrosa. Il perito, Urso, come visto, non accenna minimamente all’esistenza di un nucleo abitativo che avrebbe certamente riferito, nel suo scritto, visto che lo fa per terre ed edifici sacri disseminati intorno a Teana. Anche le carte geografiche ufficiali dell’epoca non mensionano un centro chiamato Fardella.

Sembra da scartare l’ipotesi del Cappelli secondo il quale il toponimo “Fardella” sarebbe da riallacciare alla voce longobarda “fara”, riferita cioè a gruppi familiari allargati di quello stesso popolo e alle loro terre di conquista. Il toponimo, infatti, non si trova in alcun documento medievale relativo ai territori di Chiaromonte. Non si può neppure accettare per certa l’ipotesi di un’identificazione del nostro paese con il castello scomparso di Faracli, posto, secondo le fonti, tra Chiaromonte, Teana e Carbone.

Si può dire, dunque, che Fardella è un paese recente con appena 300 anni di vita, eppure il suo territorio svela una presenza umana da tempi antichissimi. Infatti, un’antropizzazione della zona è testimoniata dal ritrovamento, negli anni scorsi, in Contrada Cozzocanino di parte di una necropoli risalente al VI sec. a. C. e simile, per tipologia funeraria e corredi sepolcrali, alle ben note necropoli enotrie del vicino Chiaromonte. Anche questa, infatti, è caratterizzata dal rituale funerario dell’inumazione supina, tipico del mondo enotrio dell’entroterra, con un corredo costituito da forme vascolari ad impasto grezzo. Questa necropoli, associata a quelle di Chiaromonte, evidenzia un’organizzazione di tali spazi funerari, in nuclei sparsi, in relazione agli “spazi dei vivi” diffusi capillarmente su queste colline con posizione strategica di controllo tra le vallate del Sinni e del Serrapotamo.

Fardella mappa aree archeologiche

Altra zona indiziata per il suo valore storico – archeologico è quella detta “Castrovetere”, come è evidente già dal toponimo, “Castrum” si riferirebbe proprio ad un centro fortificato strategico, posto a vedetta presso la confluenza del torrente Cotura nel fiume Sinni. In questa zona sono stati ritrovati in passato monete e armi. L’ ipotesi è confortata da una leggenda, narrata dai più anziani, secondo la quale sulla collina predetta sorgeva un paese poi abbandonato perché “invaso dalle formiche”. L’evento delle formiche cela forse una calamità naturale che portò all’abbandono di questa zona. E non è ancora un caso che a circa 20 km., nella stessa direttrice nord, sorga oggi un paese chiamato Castronuovo S. Andrea. Certamente la leggenda non nasce solo da pura fantasia, come evidenzierebbe un reale rapporto tra i due toponimi, e la mancanza di un’auspicabile accertamento archeologico lascia ancora tutto incerto e sospeso.

2-Castrovetere

Tra i tipi di habitat descritti dal Guillou, quello di Castrovetere potrebbe rientrare nella tipologia caratterizzata dall’alta posizione: i corsi d’acqua restavano il punto di riferimento costante, ma gli insediamenti tendevano a presidiare località strategiche elevate. Questo centro avrebbe potuto subire, come tanti altri, un ulteriore sviluppo durante le guerre greco–gotiche (535-553), fino a divenire “kastron” (il villaggio fortificato). Il sito, tra l’altro, bene corrispondeva ai requisiti che, secondo l’autore anonimo del “De Re Strategica”, ogni nuovo centro doveva avere: posizione su altura, che garantiva la difesa naturale e la resistenza ad ogni probabile assedio; presenza di acqua (con il sottostante torrente della Cotura); disponibilità di materiale da costruzione, come il legno; facile reperibilità di cibo per uomini e animali; l’altura, inoltre, garantiva anche una sicurezza sanitaria.

Il Guillou ricorda che “ogni cappella rimasta ormai isolata puo’ costituire l’ultimo vestigio di un villaggio rupestre scomparso”, e proprio il culto dell’eremita S. Onofrio evidenzia l’antica frequentazione della zona; infatti, qui sorge, ormai diruta, una Cappella a lui dedicata. Il culto, di origine orientale, potrebbe essere legato ai monaci italogreci che giunsero, dal IX secolo, in questi territori, aspri e solitari, per impiantare nuovi eremi e cenobi. La stessa toponomastica dei territori fardellesi nonché le forme linguistiche dialettali tradiscono ascendenze e derivazioni proprie della cultura greca bizantina.

Lungo le rive del Sinni, poi, nel territorio di Fardella, oggi chiamato “Celle” (il termine “cella” nel Medioevo indicava il territorio agricolo monastico), presso uno sperone roccioso naturale, visse nel XIV secolo Giovanni di Tolosa, un uomo ancora vivo nella tradizione popolare come il Beato Giovanni, che vi volle ritirarsi a vita eremitica per poi entrare nell’ordine dei Cistercensi della vicina Abbazia di S. Maria del Sagittario.

La fondazione di Fardella è datata da alcuni storici tra il 1690 e il 1693, come attesterebbe una Memoria conservata presso la famiglia Lecce di Teana e di cui il Vitale trascrisse un brano : “…ut non solum redegeritis Cives in durissimam servitutem quamplurimus interis angariis et perangariis: verum etiam eos coegerit paternos lares, derelingueri e, altrove migrare, suasque habitationes, in tamtam copiam transferre ut ex civibus a dicta Terra Theanae aufugientibus enatam et compositum fueris Oppidum contiguum nuncupatum Fardella, jurisdictioni ac utile dominio Illustris Principis Bisiniani subjectum” (…tanto che i cittadini non solo furono ridotti in grande schiavitù ma perirono in angherie e servizi obbligatori, e in verità, raccolti i paterni Lari, abbandonarono le loro abitazioni per migrare altrove, si trasferirono in massa, cosicché dai cittadini fuggiti dalla già nominata terra di Teana fu fatta sorgere e creata una cittadella vicina, chiamata Fardella, soggetta alla giurisdizione e all’utile dominio dell’Illustre Principe di Bisignano)

La notizia, che vuole la fondazione di Fardella ad opera di fuggitivi teanesi, è confermata dalla tradizione orale che confusamente vuole ora il paese chiamato così per i “fardelli” portati dai fuggitivi, ora da una donna teanese, chiamata Fardella, che, novella sposa, si sarebbe rifiutata di condividere la prima notte di nozze con il Marchese (eco dello ius primae noctis).

Un reale stato di malessere per la popolazione soggetta al Marchese Missanello, e che potrebbe aver preceduto la diaspora del 1693, è segnalato da un avvenimento verificatosi a Teana in una data non precisata e registrato in un atto dal notaio Flaminio Parise di Chiaromonte sotto forma di “sedizione e commozione di quei cittadini a partirsene dalla loro Terra”. La situazione di quella popolazione si era fatta drammatica già nel 1682 – 1683 quando una terribile carestia provocò a Teana la diminuzione dei fuochi e tanta povertà, come ricorda lo stesso perito Urso: “…per la mala raccolta dell’annata passata sono ridotti in tale miseria che per non aver grano la maggior parte di essi mangiano erbe per la campagna, e ne sono morti più di quaranta per non aver da mangiare. La situazione è drammatica: la popolazione è costituita da braccianti che raramente sono proprietari di poderi, sono tutti poveri e attendono alla coltura dei campi con i bovi e coltivano le vigne ed altri servizi di campagna”.

I teanesi fuggitivi, quindi, si posero sotto la protezione del Conte Carlo Maria Sanseverino che accordò loro il permesso di edificare un borgo nel territorio di suo possesso, presso Chiaromonte, sul versante orientale della Carrosa.

Ma la creazione di Fardella non ha solo un significato “prodromico”, infatti è molto probabile che vi cooperarono anche coloni di Chiaromonte, costretti quotidianamente al pendolarismo dalla loro dimora ai campi di lavoro. Questo è quanto evidenziato in un atto pubblico pro Casalibus Sanseverini et Fardelle, di Domenico Leo, il 20 agosto 1730, nel quale i cittadini asserirono che i coloni e i braccianti, per poter vivere e mantenere le proprie famiglie erano stati costretti a spargersi nel vasto territorio di Chiaromonte, lontano dall’abitato per coltivare terreni con masserie e orti poiché la distanza dall’abitato nuoceva alla loro salute sia d’inverno, per le nevi, fiumi e valloni, sia d’estate per la “stracquezza delle fatiche diurne”. I coloni, spinti dalla necessità, vollero erigere pagliai e poche case per trattenersi nei luoghi di lavoro. La fondazione di Fardella rientrava, quindi, in quella politica di colonizzazione agricola tanto voluta dalla famiglia dei Sanseverino: non a caso le fonti più antiche parlano di casale, quindi vero e proprio centro abitato rurale con scopi agricoli.

Il nome dato al nuovo villaggio, per riconoscenza al Conte, fu quello di Fardella, dal nome di Anna Cecilia Catherina Serafina Maria Fardella, nobile trapanese, che il Sanseverino aveva sposato a Napoli, il 7 febbraio 1665.

Anna Cecilia Catherina Serafina Maria Fardella

Il documento più antico accertato sul nuovo borgo è un atto del 1704, in cui ci si riferisce ai buoni rapporti instaurati con i cittadini del Casale da Giovan Francesco Sanseverino, figlio del defunto don Carlo. Il 30 aprile 1704, “ante ecclesiam sub titulo S.ti Antonij de Padua” nel Casale di Fardella, viene letto a 31 cittadini un proposito del Principe di Bisignano col quale si esortano i buoni vassalli del casale a “rimettere, condonare e rilasciare tutte le offese, aggravii, estorsioni, usurpazioni, e altro che per incuria o per consiglio di persone puoco timorose di Dio o male sugestioni havessero ricevuto così dal Defunto Principe suo Padre, come dai suoi Ministri” secondo il desiderio del defunto Principe che, prima di rendere l’anima al Creatore, aveva espressamente incaricato suo figlio di procurare in tutti i modi la soddisfazione dei suoi vassalli. Il nuovo Principe, pertanto, si dichiarò prontissimo a soddisfare e reintegrare “nell’honore, robba o altro” qualunque persona che si sentisse gravata, purché disposta a rimettere e rilasciare tutto all’anima del Padre. I cittadini di Fardella, “unica voce et nemine discrepante”, risposero di non essere stati mai gravati dal Principe, don Carlo Sanseverino, e di aver ricevuto dallo stesso grazie e vantaggi, trovando sempre nuovi modi per il beneficio di tutti i suoi nuovi vassalli. È una bella dimostrazione, questa, di leali e pacifici rapporti, cosa non trascurabile in un periodo di pesante e generale oppressione.

Ai primi del ‘700 dovrebbe riferirsi un processo, a carico di otto individui del Casale di Fardella e di tre di Chiaromonte, per incisione di alberi fruttiferi commessa nel Feudo detto di S. Onofrio o Finocchio del Monastero di S. Maria del Sagittario. Il Monastero, che insieme alla Certosa di S. Nicola possedeva la maggior parte delle terre di Fardella, a sua volta sconfinava con usurpazioni nel demanio della Camera Comitale di Chiaromonte. Ma i contrasti, per la saggezza dei contendenti che avevano poca fiducia nell’esito delle liti giudiziarie, spesso venivano risolti bonariamente da esperti imparziali. La storia di Fardella fin dal ‘700, nei pochi documenti del secolo a disposizione, è storia di galantuomini da un lato e di contadini dall’altro. I primi appartenevano alla nobiltà locale, fatta di ricche famiglie possidenti, da oltre una generazione con un membro che aveva completato gli studi di diritto o di teologia. Accanto a queste famiglie “gentilizie”, nel cui novero entravano a far parte i dottori in utroque iure ed i canonici, vi erano le famiglie dei galantuomini, cioè quelle di dottori fisici, notai, preti non addottorati in teologia, e dei proprietari che non conducevano direttamente i propri beni fondiari. Seguivano poi le famiglie “civili”, ossia quelle dei maestri artigiani, dei proprietari di bottega e quelle dei mercanti. Distinte erano ancora quelle dei medi e piccoli proprietari terrieri, quelle dei ricchi massari di campo, quelle degli artigiani senza bottega propria, e degli armigeri baronali ed, infine, quella dei coltivatori della terra: massari, agricoltori, campagnoli, bracciali, valani. Questo è ben evidente nei Registri dell’Anagrafe comunale e nei Registri Parrocchiali, a partire dagli inizi dell’800: infatti, di fronte all’Ufficiale dell’Anagrafe o alla fonte battesimale il popolano riceve un solo nome, il civile due o tre, il galantuomo e il gentiluomo anche più nomi.

Assai vitale doveva essere la vita economica del nostro piccolo centro nel secolo dei lumi come si evince dalla Statistica del Regno di Napoli, una delle fonti più notevoli per la storia economica e sociale del Mezzogiorno d’Italia, disposta da Gioacchino Murat nel 1811 ma completata soltanto dopo la seconda restaurazione borbonica. Infatti, per le manifatture di legni, tra i paesi esportatori di legname di abete, si ricorda “era, un tempo, anche Fardella da dove non più se ne inviano degli abeti in Taranto come altra volta allorché disponevano delle seghe ad acqua e si fluttuavano lungo il Sinno”.

Importante era la lavorazione del lino, nella stessa Statistica si ricorda che Fardella era tra i pochi centri della Basilicata in cui “si conosce e si adopera il meccanismo della navetta volante o saetta” e che si era giunti ad alti livelli se “si fa commercio nelle fiere e nei comuni vicini del rinomato pannetto di Fardella”.

Ruolo fondamentale nell’economia fardellese aveva l’industria della seta, seppur diffusa solo in alcuni paesi del lagonegrese. Nella Statistica si legge “a Fardella la seta suol tirarsi col mangano di 4 palmi di diametro a filo tanto in croce. Suole essere di mediocre qualità e suol vendersi da carlini 14 a 15 la libbra. Si impiegano a tale industria sino a 600 donne nel tempo dello sviluppo dei bachi”. E questo spiega la presenza massiccia della pianta del gelso (bianco e rosso) e l’altissima percentuale di famiglie composte da mariti “scardalani” e mogli “filatrici” per intere generazioni.

1929 Foto di gruppo

Queste ed altre risorse agricole fecero di Fardella un paese di immigrazione, dai Registri si evince che intere famiglie, provenienti dal circondario, scelsero di vivere qui attratte da una possibilità in più di sviluppo. La vocazione agricola di Fardella, fin dalla sua nascita, continuò sempre più a svilupparsi e numerose furono le Masserie con Case coloniche distribuite su tutto il territorio. La più significativa pare quella in c.da S. Onofrio, di proprietà della famiglia Giura di Chiaromonte poi dei Costanza.

Atto di nascita di un espostoFenomeno sociale, sviluppatosi nel piccolo centro soprattutto alla fine dell’800, fu quello dei neonati abbandonati, generalmente davanti alla porta di abitazioni di gente umile. Dichiarato l’abbandono e constatato il sesso, una Commissione di Beneficenza si adoperava per trovare, dopo aver raccolto informazioni, una nutrice alla quale il neonato veniva affidato fino allo svezzamento. Era la stessa Commissione a scegliere i nomi, a volte spirituali e augurali come Serafina Colomba Esposta; Maria Giuseppe Sionne; Luigi Fortunato, Rosa Santamaria; altre volte in ricordo della contrada in cui erano stati trovati: Maria Rosa Santonofrio (perché trovata a S. Onofrio), Maria Racia (esposta in contrada Racia); a volte esplicitamente politici (siamo negli anni dell’Unità di Italia) come Vittoria Emmanuela Savoja, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavur, Clorinda Saffi, Eduarda Settembrini, Maria Rosa Amedeo, Pasquale Imperatrice, Maria Stella Orientale, etc.

La storia di Fardella è anche, storia di una devozione e tradizione religiosa ben espressa, più nel passato che oggi, nelle feste dei due protettori compatroni, S. Antonio da Padova, il 13 Giugno, e la Madonna SS.ma del Rosario, la prima domenica di Ottobre e preceduta, il sabato, da una grande fiera (“due giorni affollati da dieci mila e più persone”) oggi ridotta a mercato, a Lei venne dedicata, fuori dal centro abitato, nel secolo scorso una Cappella solo oggi ricostruita. Non mancava il culto per altri santi a cui, nella Chiesa Madre, erano dedicati altari devozionali. Si ricordano, poi, la cappella privata dei De Salvo, dedicata alla SS.ma Vergine Assunta, che viene festeggiata ancor oggi con una solenne processione il 15 Agosto; la cappella dei Costanza poi Cirone, o quella di S. Vito, fuori dal paese, il cui culto, purtroppo, oggi è ricordato solo dal toponimo; infine la già citata cappella dedicata a S. Onofrio la cui immagine, secondo la tradizione, fu trovata nel tronco di un albero. L’antico sentimento religioso è ancora testimoniato da una schiera di numerose croci, in legno o in ferro, che costituiscono una vera e propria “cintura di protezione” intorno al centro abitato, in punti periferici; fino al Calvario presso il quale, ogni sabato santo, all’alba, gli uomini cantavano il Miserere.

Processione Fardella

I grandi eventi politici che caratterizzarono la vita della penisola italiana ebbero riflessi anche nel piccolo centro di Fardella.

Nel 1799 alcuni suoi abitanti promossero la Costituzione della municipalità repubblicana, eliminata poi con la repressione francese. Tra questi si ricorda: il “dottore fisico” don Biase Gaetano Corradino, il notaio don Onofrio Mazziotta, lo “speziale” don Andrea Breglia che promossero la piantagione dell’albero e “obbligarono il popolo ad alzar la mano in segno di giuramento di fedeltà per il governo repubblicano proferendo parole indegne contro la Sacra persona del Re N. R. S. Obbligò quei naturali a cantare canzoni”. Furono condannati tutti all’esportazione lontano dal paese.

Nel 1810, intanto, in seguito alle soppressioni feudali e all’abolizione dei diritti pretesi dal Principe di Bisignano, Fardella divenne Comune e fu contitolare insieme a Chiaromonte di alcuni territori come Pietrapica.

Le lotte politiche proseguirono con i moti antifrancesi del 1806, conclusisi con la terribile repressione che portò numerosi fardellesi come Giuseppe Barbetta e Domenico Ciminelli alla morte per fucilazione eseguita in paese. Successivamente nel 1848 si rianimarono gli ideali di libertà e di uguaglianza con i moti antiborbonici in cui vari cittadini parteciparono alla battaglia politica (Antonio Caldararo, Biagio e Vincenzo Cirone, Francesco Cosenza) pagando poi con il carcere.

In queste lotte si distinse, in particolar modo, Giovanni Costanza che, nell’agosto del 1860, guidò gli insorti di Fardella, aggregati alla VI colonna delle forze insurrezionali lucane comandata dal senisese Aquilante Persiani, e arruolatisi, successivamente, nella Brigata Basilicata al seguito di Garibaldi sul Volturno.

L’Unità d’Italia non risolse i problemi di queste terre, infatti, rimasta irrisolta l’annosa questione della distribuzione della terra ai contadini, si apriva una vera opposizione per quelle attese deluse e si creava il distacco delle masse rurali dal nuovo Stato che finì con la guerriglia contadina (le ordinanze demaniali del 1862-63 provocarono agitazioni contadine anche a Fardella) e col brigantaggio; molte furono le bande che terrorizzarono la zona come quella del brigante Alessandro Marino di Castronuovo S. A. e di Scaliero di Latronico che disarmarono, il 12 dicembre 1861, il guardaboschi fardellese Paolo Cirone, nel bosco di Magnano, territorio di Fardella.

Un’imputazione di corrispondenza come malfattori che fomentavano casi di brigantaggio coinvolse, nel 1861, anche, Giuseppe Mazziotta accusato di sentimenti filoborbonici contro il nuovo Regno.

Il secolo XIX vide uno sviluppo del centro urbano ed un aumento della popolosità, fino ad arrivare, nel 1845 a 1428 abitanti e diminuendo nel 1881 con 1304, nel 1901 con 1060; nel 1911 con 1020; la diminuzione, dovuta soprattutto all’emigrazione per le Americhe, fece spostare sistematicamente intere famiglie; oggi si contano solamente 728 abitanti e i nuovi flussi emigratori si rivolgono soprattutto ai grossi centri del nord Italia e dell’ Europa.

Ancora agli inizi del XX secolo mancava nelle case acqua potabile, l’illuminazione elettrica mentre l’ambulatorio antimalarico fu impiantato nel 1911. Le condizioni igieniche rimanevano non certo ideali come ricorda il medico condotto Antonio Vitale, nel suo discorso tenuto a Napoli nel 1912, sul territorio del lagonegrese riferendosi a “un tugurio ove si trovava infermo un uomo nel Comune di Fardella” e che “tralasciamo descrivere per rispetto al decoro umano”. Una Società Operaia, istituita nel 1882 e chiamata “Il Risveglio”, si occupava del mutuo soccorso e delle faccende agricole, distribuendo zolfo, rame e il necessario per la viticoltura ed i campi.

Mancavano anche edifici scolastici seppur di scuola si parla già alla fine dell’800. Essa, fino alla terza classe, era posta in via del Salvatore, e nell’anno scolastico 1899–1900, il maestro Francesco De Salvo ricorda che gli alunni obbligati erano 50 ma gli iscritti circa 29; dati che non ci meravigliano poiché i fanciulli venivano, fin da piccoli, impiegati nei lavori agricoli della propria famiglia.

1923 Maestra Teresa De Donato

Il nostro piccolo paese si sviluppò definitivamente grazie a un’importante arteria stradale, la Nazionale Sapri-Ionio, progettata già con rescritto del 15 ottobre 1852 per volere dei Borboni e che, come ricorda il Lacava “incomincia da Sapri, passa pel basso dell’abitato di Rivello, per Latronico, per Episcopia, per Fardella, Chiaromonte, Senise, sotto Valsinni …”. Essa fu studiata in gran parte dell’ispettore di ponti e strade Bausan, riconfermata nazionale con decreto del 17 novembre del 1865 e la prima automobile vi passò il 5 Settembre del 1907.

Le contradeQuesta strada costituì un nuovo polo di sviluppo del centro abitato verso la “Collina”. Le strade urbane nell’800 non avevano una determinata toponomastica, infatti, le abitazioni erano prive di numeri civici ed il paese era diviso in contrade o strade: contrada Sotto la Chiesa, contrada della Piazza, contrada delle Stalle, contrada della Fontana, contrada Mesola, contrada Calvario, contrada Piano.

Numerosi furono i fardellesi chiamati alle armi durante le due Guerre Mondiali (1915–1918 e 1939-1945) perdendo la propria vita sul campo di battaglia e i cui nomi ancora si leggono sulla Lapide commemorativa posta sulla facciata del campanile.

Bersaglieri

Il paese riacquistò la sua autonomia solo nel dopoguerra, nel 1947, dopo che, nel periodo fascista, e precisamente nel 1928, per economia di spese, fu aggregata con Teana a Chiaromonte; furono anni duri poiché la guerra, seppur non vissuta direttamente, aumentò le già aspre difficoltà economiche; situazione evidente da alcuni motti dialettali, ricordati dagli anziani, contro Mussolini “Duce, duce, come ci hai ridotto, il giorno senza pane e la notte senza luce!”. Non mancavano, tra il popolo, i sostenitori del Fascio tanto che una maestra poteva scrivere, nel 1933, nelle sue “Cronache ed osservazioni”: “ho parlato ai miei alunni della Marcia su Roma che diede all’Italia intera quel benessere raggiunto dal nostro bene amato Duce e che fece ritornare il fabbro all’officina, il contadino alla terra, e fece a tutti amare il focolare domestico”, infatti anche nel nostro paese furono fondati i Fasci di Combattimento e i Balilla.

La storia del dopoguerra è, anche per Fardella, storia di ricostruzione e di emigrazione, storia fatta di eventi terribili come il terremoto del 1980 che hanno profondamente trasformato l’aspetto originale del centro abitato; storia ancora viva negli occhi di questo popolo che, per oltre tre secoli e generazione dopo generazione, ha saputo mantenere l’attaccamento a questi splendidi luoghi, l’orgoglio per questo paese, come scrissero nel 1912 alcuni suoi emigrati, “diletta patria la quale è una delle cittadine più belle del lagonegrese”.